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    Home Lotte e movimenti antimperialismo La guerra contro Gaza - la fabbrica del falso nella guerra delle parole

    La guerra contro Gaza - la fabbrica del falso nella guerra delle parole

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    di Vladimiro Giacchè

    L’attacco israeliano contro Gaza iniziato il 27 dicembre 2008 e (provvisoriamente) terminato il 17 gennaio 2009 costituisce uno dei migliori esempi di una verità più generale: nel mondo contemporaneo la propaganda, la guerra delle parole è ormai parte della guerra stessa. La quasi generalità dei mezzi d’in¬formazione del nostro Paese ha combattuto in prima persona que-sta guerra, schierandosi con decisione dalla parte di Israele. Mettendo in campo una notevole varietà di tecniche di negazione, distorsione e neutralizzazione della verità [sono le stesse esaminate in un articolo pubblicato sul no.104 della Contraddizione, e prese assieme configurano una vera e propria fabbrica del falso]. Vediamole.

    La verità mutilata
    La verità viene mutilata quando nel trattare di un evento non si fa menzione del contesto in cui si colloca, delle circostanze, di ciò che l’ha preceduto. In questo modo si racconta una mezza verità. E, come sapeva il banchiere Enrico Cuccia, “una mezza verità è una bugia intera”. Nel caso della guerra contro Gaza, la storia si è fatta iniziare con il lancio dei razzi Qassam da parte di Hamas. Le cose però non stanno affatto così. Per almeno 4 diversi motivi. (1) La storia recente inizia con il blocco totale della Striscia di Gaza da parte di Israele, che dal giugno 2007 ha trasformato Gaza in una prigione a cielo aperto. Il blocco economico israeliano risale in verità alle elezioni del 2006, allorché Hamas vinse le elezioni conquistando oltre il 75% dei seggi nel parlamento palestinese, ma è divenuto totale appunto nel giugno 2007. A questo proposito va ricordato che, secondo le leggi internazionali, “imporre un assedio e un blocco a una popolazione civile è un atto di guerra, che mira a sottomettere la volontà degli assediati”. Per quanto riguarda le conseguenze economiche di questo blocco, si può credere a quanto scrive il Financial Times: “la chiusura continuata della Striscia di Gaza da parte di Israele ha strangolato le imprese che commerciavano in materie prime, privandole della possibilità di inviare beni e prodotti agricoli all’estero. Le conseguenze sono state catastrofiche: il 98 per cento delle imprese erano chiuse già prima dell’inizio dell’attacco, secondo la Banca Mondiale”. Va notato che il blocco non è stato alleggerito da Israele neppure dopo la sigla della tregua con Hamas nel giugno 2008. Al contrario, a partire da novembre il blocco è stato ulteriormente inasprito, riducendo drasticamente l’approvvigionamento di cibo e combustibili. (2) Si è detto che la “tregua” era stata rotta da Hamas con il lancio dei suoi razzi. Non è vero. La tregua è stata rotta da un attacco aereo israeliano avvenuto il 4 novembre 2008 (la notte delle elezioni negli Stati Uniti d’America), in seguito al quale sono stati uccisi sette palestinesi. Da allora sono stati intensificati anche i lanci di razzi da parte dei palestinesi, che erano pressoché cessati. Secondo un grafico del ministero degli esteri israeliano, i lanci erano stati: 87 a giugno, prima della tregua iniziata il 19 di quel mese; 1 a luglio, 8 ad agosto, 1 a settembre, 2 in ottobre. Dopo l’attacco del 4 novembre si sono avuti 126 lanci. (3) La tregua non è stata rotta dai palestinesi neppure da un punto di vista formale: semplicemente, non è stata confermata dai palestinesi quando, il 19 dicembre, è scaduta. La ragione della mancata riconferma è semplice: era stata rispettata solo da loro. In proposito, vale la pena di ricordare che durante la tregua Israele ha ammazzato 25 palestinesi, senza che nessun israeliano venisse ucciso. Di più: l’accordo di tregua prevedeva l’apertura di tutti i punti di passaggio da Israele a Gaza, condi-zione mai rispettata da Israele. Anche la disponibilità di Hamas a prolungare la tregua per 10 anni, e più in generale a una so-luzione politica basata sull’accettazione dei confini di Israele del 1967, è stata semplicemente ignorata da parte israeliana. (4) L’attacco israeliano è stato preparato per mesi, dopo essere stato pianificato nella prima metà del 2008 dal ministro della difesa Barak. Secondo una fonte diplomatica francese, l’attacco sarebbe stato deciso addirittura nel marzo 2008. Non solo. Lo stesso portavoce militare israeliano ha reso noto che da 18 mesi le truppe israeliane si allenavano in una finta Striscia costruita nel deserto del Negev. I nostri giornali hanno fedelmente riportato l’affermazione del portavoce israeliano, ma in-serendola in un contesto che valorizzava la preparazione militare di Israele, e guardandosi bene dal sottolineare che quell’ammissione costituiva la migliore smentita della tesi dell’attacco israeliano come “risposta” a un’aggressione palestine-se. È quindi chiaro che se si fa iniziare la storia con il lancio dei razzi Qassam si mette il primo tassello di una narrazione falsa: l’attacco israeliano è una risposta al lancio di missili da parte di Hamas; gli israeliani si difendono, i palestinesi sono gli aggressori. Purtroppo, questa è precisamente la versione dei fatti che nei primi giorni dell’attacco israeliano è passata nell’opinione pubblica, grazie a tutti i maggiori organi di informazione.
     
    La verità dimenticata
    Ma a ben vedere la mutilazione che ha subito la verità in questo caso è soltanto un dettaglio, un episodio di una mutilazione più grande e sistematica. Dietro la verità mutilata di oggi, c’è infatti una verità più essenziale che viene dimenticata: la storia della “pulizia etnica della Palestina”, dell’esproprio delle terre palestinesi e dell’occupazione militare di quella terra. Di questa storia l’attacco del dicembre scorso contro Gaza è soltanto l’ennesima tappa. E il fatto che di questa storia non vi sia traccia nelle cronache che hanno accompagnato l’attacco di Israele contro la Striscia di Gaza è un ulteriore affronto alla verità. In effetti, come è stato osservato, “il solo modo per dare un senso all’insensata guerra di Israele a Gaza è capire il contesto storico”. Che muove dalla creazione dello stato di Israele nel maggio del 1948 ai danni dei palestinesi e a cui ha tenuto dietro l’occupazione del 1967 della Striscia di Gaza e della West Bank. Nel quarantennio successivo all’occupazione, Gaza non ha rappresentato semplicemente un caso di sottosviluppo economico, bensì un caso di “deliberato de-sviluppo”, attraverso la distruzione dell’industria locale e la trasformazione dei suoi abitanti in manodopera a basso costo per Israele. Di questa verità non ci è stato dato trovar traccia nei resoconti di televisioni e dei maggiori giornali italiani. Ed è un vero guaio. Non soltanto perché l’igno¬ranza di questo sfondo storico consente la diffusione di pregiudizi anti-palesti¬nesi a sfondo razzistico, come quello secondo cui il sottosviluppo di Gaza sarebbe colpa di chi ci abita, ossia delle sue vittime. Ma anche per un altro motivo, ancora più sostanziale. La verità dei decenni di occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele ne reca con sé un’altra. Questa: se Israele vuole la pace deve affrontare la decisione che ha evitato per 40 anni, ossia ritirarsi dai terri-tori palestinesi occupati. È questa verità dimenticata la menzogna fondamentale sottesa ai falsi discorsi sulla “riconciliazione”, che i “terroristi” di Hamas (come prima quelli di Al Fatah) renderebbero impossibile. Ed è facile constatare come questi discorsi sull’“irresponsabilità” dei palestinesi vengano ciclicamente ripetuti, ad ogni nuova tappa della pulizia etnica della Palestina, che inesorabilmente procede (con gli insediamenti illegali, il muro che ruba ulteriori terre ai palestinesi, lo strangolamento economico dei territori residui, ecc.). Essi servono infatti egregiamente, oggi come ieri, a coprire le responsabilità reali del conflitto.
     
    La verità messa in scena
    Durante la guerra contro Gaza la verità messa in scena si è affacciata tutte le sere sui nostri schermi televisivi. In particola-re attraverso la voce di Claudio Pagliara, del Tg1. Costui durante uno dei primi giorni del massacro ci ha mostrato per diversi minuti le immagini di un cittadino israeliano di origini italiane che sbarrava le finestre della sua casa contro i missili di Hamas. E ancora il 17 gennaio, nel giorno in cui le vittime palestinesi erano salite a oltre 1200 e veniva bombardata una scuola dell’Onu, dedicava un accorato servizio… al militare israeliano rapito due anni fa. Senza fare parola, ovviamente, degli oltre 10 mila palestinesi (tra cui 40 membri eletti del Consiglio legislativo palestinese) attualmente detenuti nelle carceri israeliane Una diversa messa in scena, caratteristica da sempre della propaganda di guerra, è quella della “follia omicida”, dell’“odio” attribuiti al nemico di turno. In questo caso, ovviamente, ai palestinesi ed in particolare a Hamas. In questo esercizio si sono distinti in particolare gli editorialisti del Corriere della Sera. Lo schema è il seguente: Hamas odia e vuole distruggere Israele, quindi Israele ha il diritto di difendersi come sta facendo. Va detto che tra coloro che lo hanno adoperato, qualcuno si è fatto prendere la mano e si è, molto semplicemente, prodotto in affermazioni false. Come Piero Ostellino sul Corriere della Sera del 29 dicembre: “l’articolo 7 della Carta di Hamas non propugna solo la distruzione di Israele, ma lo sterminio degli ebrei, così come sostiene il presidente iraniano Ahmadinejad”. Concetto poi ribadito da Ernesto Galli della Loggia il 3 gennaio: “Hamas auspica l’eliminazione di tutti gli ebrei dalla faccia della terra”. La conseguenza pratica da tutto questo l’ha tratta Enzo Betti-za su la Stampa del 5 gennaio: “È una drastica e violentissima operazione di gendarmeria [!] di un paese minacciato di sterminio da una setta che ha giurato di estirparlo dalla faccia della terra”. Il meccanismo a questo punto è semplice: il presunto odio nei confronti di Israele serve a giustificare qualsiasi reale malefatta compiuta da questo paese. Se poi il concetto di “odio nei confronti dello Stato di Israele” non basta alla bisogna, bisogna inventarsi un “odio nei confronti degli ebrei in quanto tali”. A questo punto nell’opinione pubblica scatta l’identificazione simpatetica con lo Stato di Israele, grazie all’assimilazione di questo presunto odio attuale all’effettivo sterminio degli ebrei posto in essere dai nazisti, e il gioco è fatto.
     
    La verità rimossa
    Speculare alla verità messa in scena è la verità rimossa. La verità messa in scena ha infatti tra le sue principali finalità pro-prio quella di nascondere verità scomode. Nel caso di Gaza la verità da rimuovere n. 1 è stata quella delle stragi israeliane di civili. Il governo israeliano ha cercato innanzitutto di farle vedere il meno possibile: anche grazie al divieto ai giornalisti di pas-sare la frontiera per Gaza (mentre in Israele venivano indirizzati a Sderot, così da poter scrivere in abbondanza dei lanci dei razzi di Hamas). Ma una rimozione assoluta non ha potuto avere luogo, grazie alle troupe televisive comunque presenti sul terreno. Anche se va detto che i nostri telegiornali hanno fatto il possibile per mostrare ben poco del materiale che esisteva, ed era largamente accessibile a chiunque seguisse un canale internazionale o si collegasse a siti di informazione su in¬ternet. In ogni caso, fallita la rimozione totale, si è passati alla minimizzazione. Questa strategia ha conosciuto diversi passi: (1) Considerare le stragi di civili “effetti collaterali”, cioè non intenzionali, della guerra. Impresa piuttosto ardua, quando si scatena un attacco aereo di quelle proporzioni sul territorio più densamente abitato dell’intero pianeta, per di più dopo averlo blindato in modo che nessuno ne possa uscire. Qualche ardimentoso ha comunque provato a dare avallo a questa versione dei fatti. Ecco ad esempio la risposta di Ian Buruma ad un intervistatore del Corriere della Sera: “A Gaza, per quanto uno voglia criticare Israele, e io lo critico, l’esercito non punta a uccidere civili”. Peccato che lo stesso scrittore, nella stessa intervista, a-vesse così risposto ad una precedente domanda: “Questa guerra per me non ha granché senso. L’idea di usare la forza per in-durre le popolazioni a rivoltarsi contro i loro stessi governi non ha mai funzionato”. Buruma non se ne rende conto, ma in questa risposta è inconsapevolmente contenuta una duplice ammissione: che l’attacco era rivolto contro i civili, e che esso ha natura terroristica. Almeno se si vuole dare retta alla definizione di terrorismo contenuta nella Convenzione Onu sulla repres-sione del finanziamento del terrorismo del 1999: “ogni atto destinato alla morte, o ad infliggere lesioni gravi, a qualsiasi civile, o ad altra persona che non partecipi direttamente alle ostilità, in una situazione di conflitto armato, quando, per la sua natura e il contesto in cui ha luogo, il suddetto atto sia volto a intimidire una popolazione, ovvero a costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere, o astenersi dal compiere, un atto qualsiasi”. Ce n’è abbastanza per giustificare le parole del generale Fabio Mini: “le vittime civili, in barba a tutte le norme del diritto internazionale, dei codici militari e dei costumi di guerra, sono tornate ad essere il vero obiettivo delle guerre… Gli imbonitori che indulgono nella giustificazione mi-litare dei danni collaterali sono analfabeti di ritorno… In Cecenia, Afghanistan, Libano e, oggi, a Gaza la strategia deliberata di colpire i civili per far mancare il sostegno agli insorti, ribelli e cosiddetti terroristi è un’altra regressione. Riporta alla guerra controrivoluzionaria… e alle nefandezze delle occupazioni coloniali”. (2) Ripetere le cifre date dai comandi israeliani sulla proporzione civili/militari uccisi. Il giorno dell’attacco si è parlato del 25% di civili uccisi (45 su 200). Si trattava di una cifra totalmente implausibile, oltretutto perché erano state arbitrariamente considerate come “perdite militari” i morti in una caserma della polizia palestinese. Ad ogni modo, questa stima all’inizio della guerra è stata fatta propria anche da funzionari dell’Onu. Ovviamente anche questa sarebbe stata una proporzione inaccet-tabile. Ma era semplicemente falsa, come è gradatamente emerso. Il 9 gennaio l’Onu doveva rettificare il tiro e dichiarare che un terzo delle vittime erano bambini. Il 18 gennaio i miliziani morti sul totale delle vittime erano scesi ad un terzo del totale. E a consuntivo si parla di un 85% di vittime civili: una proporzione più che rovesciata rispetto a quella della propaganda di guerra dei primi giorni. (3) Addebitare le vittime civili agli stessi palestinesi. Questo è stato fatto in due modi. In termini generali, sostenendo che la colpa di tutto quanto accadeva era comunque di Hamas. Abbiamo visto sopra per quale motivo questo ragionamento è fat-tualmente falso. Possiamo aggiungere qui che si tratta esattamente dello stesso argomento usato dai nazifascisti (e dai loro giustificatori postumi) contro i partigiani. Ma c’è un’altra versione di questa asserzione, così incredibile da far dubitare che es-sa abbia trovato ospitalità su quotidiani di qualche nome e diffusione. Leggiamo ancora Buruma sul Corriere della Sera del 18 gennaio: “gli islamisti di Gaza sono talmente determinati … da non esitare a sacrificare i civili, bambini compresi, esponendoli ai pericoli nella speranza di accaparrarsi le simpatie degli spettatori”. Nello stesso giorno lo stesso quotidiano ospita un editoriale di Angelo Panebianco in cui tale circostanza non viene neppure messa in dubbio: “usare i civili come scudi era per Hamas una necessità di guerra, il solo modo per tentare di ottenere una pressione internazionale tale da fermare Israele”. E, siccome al peggio non c’è fine, ecco una pseudo-inchiesta pubblicata pochi giorni dopo sempre sul Corriere: “Così i guerriglieri di Hamas ci hanno usati come bersagli”. (L’autore di questa prodezza giornalistica negli stessi giorni scriveva che le vittime complessive erano 500/600 anziché 1300, facendosi smentire dallo stesso esercito israeliano.) Niente di nuovo, in realtà. Ancora Mini osserva: “la guerra psicologica che tenta di mostrare che i civili non sono i nostri obiettivi ma le vittime dell’avversario che li usa come scudo non è cambiata da millenni”. Ad ogni modo, è chiaro che con gli “scudi umani” si aggiunge un ulteriore importante tassello alla narrazione su Gaza dalla parte degli aggressori. In verità l’elenco delle verità rimosse o mistificate in relazione all’attacco a Gaza sarebbe lungo. Uccisione di civili a sangue freddo, assassinio di feriti, uso di ospedali e ambulanze come bersagli, distruzione di case, moschee, scuole, fabbriche, sedi dell’Onu, sedi delle tv straniere, infrastrutture essenziali. E uso di armi proibite dalle convenzioni internazionali. Insomma: si-stematica violazione delle convenzioni internazionali che regolano i conflitti armati. In particolare, sul fatto che siano state usate armi proibite (al fosforo bianco) e armi sperimentali e non convenzionali (come le Dense inert metal explosive, che non sono ancora state proibite semplicemente perché ancora in fase di sperimentazione) non sussiste ormai alcun dubbio. Del resto, le foto del bombardamento della scuola di Beit Lahia hanno fatto il giro del mondo e non richiedono alcun supplemento di indagine. Vale invece la pena di spendere due parole sul processo che potremmo definire come il retrocedere della menzogna. In questo caso è andata così: i generali israeliani prima hanno detto di aver usato bombe al fosforo bianco solo per illuminare i target, poi hanno ammesso – come è stato scritto su Maariv il 20 gennaio – che in effetti bombe al fosforo bianco erano state lanciate, “ma in aree aperte e lontane dagli abitati”. Legittima l’incredulità del giornalista Giorgio Battistini, che si è domandato: “in una zona densamente popolata come Gaza?”. Ulteriore prevedibile passo: in qualche caso le bombe sono effettivamente finite tra la gente, ma per errore. La migliore risposta a questa ennesima mistificazione è stata data da un ex artigliere dell’e¬sercito israeliano: “usare artiglieria pesante e fosforo bianco in un’area urbana densamente popolata e sostenere poi che i civili sono stati uccisi per errore è oltraggioso e immorale”. C’è un elemento importante della scoperta dell’uso di armi proibite da parte dell’esercito israeliano che merita di essere messo in luce. In realtà, sin dal primo giorno dell’attacco era chiaro che erano state usate armi Dime, e già nei giorni immedia-tamente successivi si era fatto uso di fosforo bianco. Ma sulla stampa se ne è cominciato a parlare soltanto molto più tardi. Soltanto il 12 gennaio, ad esempio, la Repubblica dà evidenza alla denuncia al riguardo di Human rights watch, in un articolo dal titolo: “"Stanno sperimentando qualcosa". Accuse sugli ordigni israeliani”. Sono passate oltre due settimane dall’inizio dell’attacco a Gaza. La lentezza nell’emergere della verità sulle armi proibite ha senz’altro impedito il formarsi nell’opinione pubblica occidentale di una tempestiva indignazione nei confronti dell’aggressione israeliana. Quando il dibattito si infiamma la tregua è già iniziata. La verità sulle armi proibite a questo punto è una verità postuma. Ovviamente è comunque importante che tutte queste verità che si tenta di rimuovere vengano a galla. Ma attenzione: perché anche in questo caso sono in agguato tentativi di neutralizzazione. Degno di nota in particolare un sofisma che tra-sforma le nefandezze compiute in un titolo di merito. È un meccanismo autoapologetico già sperimentato da Blair in Iraq. Funziona così: i misfatti di Israele emergono perché Israele è una democrazia; e qui si dimostra la sua superiorità. Ascoltiamo ancora Ian Buruma sul Corriere del 18 gennaio: “Gerusalemme ha un’immagine controversa nei media prima di tutto perché è una democrazia”. A proposito di democrazia: un giorno prima i lettori di Liberazione (ma non quelli del Corriere della Sera) a-vevano appreso dell’esclusione dei due partiti arabi dalle prossime elezioni, decisa dal comitato elettorale della Knesset, il Parlamento israeliano.
     
    La verità capovolta
    Un metodo caratteristico di distorcere la verità sino a capovolgerla è quello della sineddoche indebita. Di cosa si tratta? La sineddoche è una figura retorica che, nella sua variante più usata, consiste nell’adoperare la parte di una cosa per designare la cosa nella sua interezza (pars pro toto). Così, nell’espressione “accolse sotto il suo tetto”, il termine “tetto” indica la casa nel suo insieme. Si tratta di un modo di esprimersi che può essere letterariamente efficace, e che comunque nel caso specifico non è improprio: infatti il tetto è una parte essenziale della casa. Spostiamoci adesso dal mondo delle belle lettere e passiamo a quello della cattiva informazione. È qui che ci imbattiamo nella sineddoche indebita. Che consiste nel trascegliere, all’interno di un fenomeno complesso, un elemento irrilevante (e comunque non caratterizzante) ed utilizzarlo quale elemento centrale per descrivere e definire tutto quel fenomeno. Le manifestazioni avvenute il 3, il 10 e il 17 gennaio in diverse città italiane contro l’aggressione israeliana a Gaza hanno consentito a buona parte del¬l’informazione del nostro paese di offrire ottimi esempi di questo metodo. Sulle manifestazioni del 3 gennaio, a esempio, Il Sole 24 Ore del giorno successivo titola: “Bandiere israeliane bruciate a Milano”. Della manifestazione avvenuta a Roma lo stesso giornale dice soltanto: “A Roma sono state sventolate bandiere a-mericane con disegnate una svastica e una stella di David. Israele e gli Stati Uniti sono stati bollati come "assassini"”. Lieve va-riatio linguistica per il titolo di la Repubblica: “Bruciate le bandiere con la stella di David. Da Milano a Roma bufera sui cortei”. Sotto, due box con altrettante interviste sul fatto: cioè non sulla manifestazione, ma sul rogo delle bandiere (oltretutto avve-nuto soltanto a Milano). E il Corriere della Sera come titola? Non lo credereste: “Islamici in piazza, bruciate bandiere israelia-ne”. Anche qui due box con com¬mento del fatto: l’impaginazione è la fotocopia di quella di Repubblica. Su televideo rai compare una fantomatica bandiera bruciata a Roma, su cui Alemanno prontamente dichiara. Poi la bugia scompare, ma la dichiarazione resta. Sulle manifestazioni del 10 gennaio Repubblica non dà prova di migliore fantasia: “Bandiere bruciate nei cortei. Nuova pre-ghiera islamica a Milano”. Ecco introdotto un nuovo elemento: le preghiere pubbliche degli islamici. Questo elemento consente di suggerire un’incipiente guerra di religione anche da noi, ma soprattutto di riaffermare il carattere religioso (cioè “fanatico” e “fondamentalista”, non trattandosi né della religione cattolica, né di quella ebraica) delle proteste che si sono svolte. Un effettivo aspetto di novità delle manifestazioni (la folta partecipazione degli immigrati) viene così distorto e letto in chiave di “scontro di civiltà”. Quando le manifestazioni erano più concretamente rivolte contro l’inciviltà della guerra condotta da I-sraele. Poi c’è stata la grande manifestazione del 17 gennaio a Roma: nel corso della quale, con dispiacere di molti giornalisti, non viene bruciata alcuna bandiera israeliana. Niente paura: è già pronto un valido sostituto. E infatti ecco il titolo del Corriere della Sera: “Corteo a Roma, svastiche sulle bandiere israeliane”. Di interesse anche il sottotitolo: “Bambole insanguinate e preghiera islamica al Colosseo”. Sotto questo articolo però ce n’è un altro: un taglio basso firmato da Gian Antonio Stella (chi scrive lo ricorda, sul finire del 2001, quale fautore entusiasta dei bombardamenti sull’Afghanistan). Il titolo è: “Antisemitismo, quel-l’equivoco a sinistra”. Si tratta di un articolo fondato letteralmente sul nulla (per molti giornalisti, almeno dalle nostre parti, Max Stirner in questo senso fa decisamente scuola), ma che serve ad esporre due assunti: il primo è che esista un antisemi-tismo di sinistra; il secondo è che l’antisionismo sia un astuto travestimento contemporaneo dell’antisemitismo. Ovviamente, il secondo assunto – una plateale sciocchezza, per chiunque conosca la storia del sionismo e di chi ad esso a suo tempo si op-pose: gente tipo Einstein, per capirsi – serve a dimostrare il primo. Completa questa pagina da antologia un trafiletto su una “dura polemica” tra Sansonetti e lo storico d’Orsi sulla Shoah. Purtroppo il quotidiano ci consente di leggere soltanto le opinioni di Sansonetti e non quelle di d’Orsi, per cui riesce un po’ difficile farsi un’idea della cosa, ma tant’è: la sensazione è co¬munque quella di pericolosi antisemiti che a sinistra si nascondono dietro il dito della critica ad Israele per poter poi, alla prima occasione, emulare le gesta di Himmler e Eichmann.
     
    La verità imbellettata
    La politica israeliana rappresenta da sempre uno dei più fertili terreni di ispirazione degli eufemismi contemporanei – ossia di quel processo di mistificazione della verità dei fatti che consiste nel ridefinire realtà sgradevoli in modo da renderle più ac-cettabili. Gli eventi più recenti hanno confermato questa caratteristica della politica israeliana. Ad esempio, sul televideo Rai la mattina del 4 gennaio abbiamo letto: “Gaza, in azione forze di terra israeliane”; e questo al fine di non parlare di “invasione”, termine che avrebbe potuto indurre qualcuno a ritenere eccessiva l’iniziativa israeliana e, soprattutto, a riflettere sul fatto che quei territori non sono parte dello Stato israeliano. Il giorno dopo il presidente israeliano Peres ci ha detto che quella in corso era una “guerra giusta”. In questo modo ha adoperato uno dei classici meccanismi di costruzione degli eufemismi contemporanei: quello che consiste nel¬l’accostare ad un sostantivo ripugnante (come la “guerra”) un aggettivo che dovrebbe nobilitarlo e renderlo quindi più accettabile. In altre oc-casioni si è parlato da parte israeliana di “guerra contro Hamas”. In questo caso però è un eufemismo lo stesso concetto di “guerra”. Infatti, come ha fatto notare Massimo D’Alema, “guerra contro Hamas è un’espressione partigiana dell’esercito i-sraeliano. Si tratta di una vera e propria spedizione punitiva dove sono stati uccisi già circa 300 bambini”. Ma in altri casi an-che la parola “guerra” è scomparsa dietro sostituti eufemistici: ad esempio sul Financial Times del 7 gennaio è comparso un articolo dal titolo “Children pay a high price for turmoil”: con il termine “turmoil” – che significa “tumulto”, “confusione” – usato in maniera del tutto impropria, evidentemente al solo scopo di evitare il termine “war”. Ma l’attacco israeliano a Gaza ci ha regalato anche eufemismi di nuovo conio e di notevole interesse: come quello adope-rato da Mark Regev, portavoce del governo israeliano, il quale – in risposta alle critiche circa l’uso di armi proibite da parte dell’esercito israeliano – ha detto che Israele usa solo “armi democratiche”. Forse intendeva riferirsi al fatto che tali armi vengono rivolte contro l’intero popolo palestinese.
     
    Che fare?
    Dietro a tutte le mistificazioni degli avvenimenti, dietro a tutti gli occultamenti e capovolgimenti della verità che abbiamo visto in opera – dietro a tutto questo c’è una verità elusa. È il dato di fatto dell’occupazione militare di una terra e l’oppressione di un popolo che dura da 60 anni. Ed è l’esigenza che questa “enorme ingiustizia” abbia termine. La guerra delle parole serve ad eludere quel dato di fatto e questa esigenza. A questo fine cospirano tutti i cliché (spesso di sapore direttamente razzista) che sono stati mobilitati in questi anni. A partire da quello che vede in Israele l’“unica democra-zia dell’area”. Salvo sottoporre quello che resta della Palestina ad un feroce blocco economico se in elezioni democratiche (e certificate come tali da tutti gli osservatori internazionali) vince un’organizzazione politica sgradita all’“unica democrazia”. Ha detto bene Mustafa Barghouti in una lettera aperta scritta il giorno stesso dell’inizio dell’aggressione a Gaza: “arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l’esercizio della democrazia”. Abbiamo poi il feticcio della “sicurezza di Israele”, che continua – è così da decenni – ad essere adoperato per legittimare azioni offensive e lesive dei più basilari diritti dei palestinesi. Allo stesso fine sono serviti lo spauracchio del “terrorismo” e del “totalitarismo islamista”. Il risultato di questa propaganda di guerra di stile neo-coloniale è invariabilmente quello di offrire una descrizione a parti invertite degli avvenimenti: per cui l’aggressore diventa colui che si difende, la vittima diventa il carnefice. L’attacco contro Gaza e la sua copertura da parte dei media ci hanno mostrato come sia difficile affermare il punto di vista corretto – che è ovviamente quello opposto. Le cose da fare per avere ragione di queste difficoltà sono ovviamente molte. Non c’è un unico punto di attacco. Ritengo però che per conseguire risultati apprezzabili l’azione di contrasto alla menzogna debba rivolgersi almeno in queste direzioni: Capire che la guerra delle parole è decisiva. Questo significa che ogni termine è essenziale, e che ogni mistificazione su questo terreno va contrastata con estrema energia. Lavorare sulla contraddizione propaganda/realtà. L’affermazione di Olmert “ribadisco che tratteremo la popolazione [di Gaza] con il guanto di velluto”, al pari della dichiarazione di Tzipi Livni secondo cui “non c’è alcuna crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, e quindi non c’è alcuna necessità di una tregua umanitaria”, non sono soltanto degli enunciati smaccatamente falsi. Sono anche episodi rivelatori, sintomatici della necessità di mentire. La contraddizione propaganda/realtà va evidenziata e adoperata come un grimaldello con cui scardinare le ricostruzioni ideologiche e di comodo del conflitto israelo-palestinese. Sfruttare il potenziale della comunicazione iconica, come pure dell’ironia e della satira. A questo proposito credo che la cosa migliore da fare sia spiegarsi per mezzo di alcuni esempi. Con essi terminerò queste pagine. Per controbattere la propaganda sulla presunta “responsabilità di Hamas” qualcuno ha scelto di ricorrere a precedenti storici illustri: “Quasi settant'anni fa, nel corso della seconda guerra mondiale, nella città di Leningrado fu commesso un crimine efferato. Per più di 70 giorni, una banda di estremisti chiamata "Armata Rossa" tenne in ostaggio milioni di abitanti di quella città e, così facendo, provocò la rappresaglia della Wehrmarcht tedesca dall'interno. I tedeschi non ebbero altra alternativa, se non bombardare la popolazione e imporre un blocco totale causando la morte di centinaia di migliaia di persone. Un po’ di tempo prima, un crimine simile era stato commesso in Inghilterra. La banda di Churchill si era nascosta tra la popolazione londinese, sfruttando milioni di cittadini come scudi umani. I tedeschi furono costretti a inviare la Luftwaffe e, sebbene con riluttanza, a ridurre la città in rovine. Lo chiamarono il Blitz.” Infine, quanto alle menzogne di guerra sui civili “scudi umani di Hamas”, Vauro sul manifesto del 16 gennaio ha scelto di confutarle così: <GAZA, COLPITA SEDE DELLE NAZIONI UNITE / NON È COLPA NOSTRA SE I BAMBINI NON SI FANNO SCRUPOLO A FARSI SCUDO DELL’ONU!>
     
    da la Contraddizione, n° 126
     
     
    Ultimo aggiornamento ( Martedì 27 Dicembre 2011 14:20 )  

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    (a cura del Cau)

    Opuscolo sulla questione Nato-ex Jugoslavia
    (a cura del Cau)

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    (Vladimiro Giacchè)

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