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    Home Lotte e movimenti antimperialismo 11 settembre: a 41 anni dal golpe in Cile

    11 settembre: a 41 anni dal golpe in Cile

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    Perché ricordare, dopo ben 41 anni?

    Perché quel colpo di stato ha tante lezioni da offrire a chi voglia apprendere. Non pretendo di essere esaustivo, però alcune le metto qui di seguito.
    Possiamo imparare innanzitutto qualcosa sul nostro nemico: l’imperialismo.


    1) Non ci si può fidare del nemico, mai.
    Diciamolo senza paura: Allende fino all’ultimo momento, fino a quell’11 settembre 1973, non ebbe l’esatta percezione di dove fossero e di chi fossero i nemici, coloro che andavano tramando alle sue spalle. Altrimenti non avrebbe affidato ad Augusto Pinochet, solo due giorni prima del golpe, l’incarico di coordinare la risposta di esercito, sindacato (la CUT) ed organizzazioni popolari contro un possibile colpo di stato. Credeva nella lealtà dell’esercito e nella sua fedeltà alla carta costituzionale. C’è di più: Allende fu coerente fino alla fine all’idea di dover ricorrere a tutte le armi contro la reazione, fuorché al ricorso alla guerra civile. Dopo il fallito tentativo di golpe militare del 29 giugno 1973, migliaia e migliaia di lavoratori chiedevano di essere armati per poter difendere il processo rivoluzionario. Le armi non furono mai consegnate. Questa decisione, al di là dei ‘se’ e dei ‘ma’ su cui non si può ragionare, fu oggetto di viva polemica nel corpo della classe e di alcune delle sue organizzazioni politiche, in particolare il MIR e la sinistra del Partido Socialista. L’ex ambasciatore statunitense a Santiago ha affermato che Allende desiderava il suicidio della borghesia cilena, cosa – ovviamente – impossibile ad aversi.

    2) L’imperialismo non conosce pietà alcuna.
    È vero che ce ne sono anche altri di esempi, altrettanto e per certi versi più significativi, ma i 3000 morti in poche ore, le migliaia di desaparecidos, i lanci dagli aeroplani, i frammenti di ossa che ancor oggi si possono trovare nel deserto di Atacama, il plan Condor, le torture, , lo Stadio Nacional, le mani spezzate di Victor Jara, le sevizie subite dalla madre del calciatore della nazionale Caszely perché il figlio si era rifiutato di dare la mano al dittatore in un incontro a La Moneda, e altre migliaia e migliaia di queste storie individuali che, messe insieme, formano la storia collettiva, la nostra storia, è bene tenerle presenti. L’imperialismo è spietato. Uccide, massacra, seppellisce, occulta. Non conosce pietà.

    3) Inquadrare i fenomeni, capendone il loro significato generale.
    Bisogna andare oltre i cadaveri, i torturati, i desapaceridos per mettere nella giusta prospettiva il significato storico del golpe e della dittatura di Pinochet in Cile:

    "Sindacati forti e alti salari significano che il tasso di profitto comincia a scendere. Il Capitale è in crisi perché non sta reprimendo il lavoro a sufficienza, e così c'è il cambiamento. Negli anni '70 sono passati a Milton Friedman e alla scuola di Chicago. [...] Abbiamo avuto la repressione salariale, iniziata negli anni '70. Ronald Reagan attacca i controllori del traffico aereo, Margaret Thatcher perseguita i minatori, Pinochet uccide la gente di sinistra. Abbiamo un attacco al lavoro che fa sì che il tasso di profitto si innalzi. Arrivati negli anni '80 il tasso di profitto era cresciuto perché i salari erano stati depressi e il Capitale stava andando bene. Ma allora venne il problema di dove andare a vendere le merci."
    David Harvey, 2013

    “Vogliamo tagliare le spese dello stato, la burocrazia, le tasse sui profitti. Stiamo rimuovendo i controlli e le restrizioni sui prezzi, i salari, il tasso di cambio e gli investimenti oltreoceano. Vogliamo rompere il monopolio delle imprese statali, venderne alcune al settore privato ed aprire le altre alla competizione. Come si può vedere, è una situazione molto simile a quella che affronta l’economia cilena. Alla base, riteniamo necessario tagliare il ruolo del settore pubblico e ristabilire quello del settore privato.


    Quali sono le principali differenze tra le due esperienze?

    "La differenza basilare è che la nostra esperienza ha luogo in un contesto democratico, e che quella del Cile avviene sotto un regime autoritario. Di conseguenza il Cile può imporre una politica ed una rapidità d’applicazione di tale politica che non è possibile in questo paese (la Gran Bretagna). Qui dobbiamo lavorare col consenso della maggioranza, quindi dobbiamo procedere cautamente e convincere il popolo della bontà di queste politiche.”

    Intervista de El Mercurio, giornale governativo cileno, a Cecil Parkinson, ministro del commercio del primo governo Thatcher, Santiago de Chile, ottobre 1980

    Questo è il significato complessivo dei 16 anni di dittatura di Pinochet e dei Chicago Boys (come dimenticare le visite dei vari Friedman e di Von Hayek?) e questi i suoi prodotti: alto tasso di disoccupazione, riduzione dei salari ma soprattutto messa al bando dei partiti che avevano composto Unidad Popular (partito socialista, partito comunista, il MAPU del ministro dell’Agricoltura Chonchol, il partito radicale).

    4) I processi rivoluzionari producono entusiasmo, cultura, organizzazione, nuove forme di socializzazione, di gestione della produzione.
    Troppo spesso releghiamo al margine l’esperienza dei tre anni del governo della Unidad Popular. Ci soffermiamo sul golpe, sulla repressione e sul suo significato senza però studiare a fondo cosa rappresentò per la classe lavoratrice cilena la vittoria di Allende nel 1970. Quei 1000 giorni di governo della UP furono davvero all’insegna della felicità, come ha scritto Sepulveda. Lo si può vedere in tutti i documentari dell’epoca, nelle dichiarazioni dei più umili che riconoscono che forse non erano molto più ricchi, ma certamente più felici. C’era un entusiasmo tale, la convinzione di aver preso finalmente in mano il proprio destino, di lavorare alla trasformazione della società cilena e addirittura di poter essere d’esempio per altri popoli del mondo che tantissimi lavoratori accettarono di lavorare volontariamente, ‘regalando’ il proprio giorno di riposo, la domenica alla grande causa collettiva, che in quel momento aveva bisogno innanzitutto dell’innalzamento della produzione. Non fu tutto rose e fiori. Nelle miniere non fu facile tenere alti i livelli di produttività dopo le nazionalizzazioni, ma già solo l’entusiasmo dei lavoratori e delle lavoratrici mostra quanta energia si possa sprigionare dalla liberazione dal lavoro salariato, un’impresa verso cui molti protagonisti dell’esperienza allendista cercavano di muoversi. I ‘cordones industriales’, l’organizzazione nei sindacati, nelle organizzazioni popolari di quartiere significarono una decisa accelerazione della più generale organizzazione della classe in Cile. E i ‘momios’, i padroni, ne avevano una paura fottuta. Ciò che si stava raggiungendo in Cile non era tanto il benessere economico (la chiusura dei rubinetti dei finanziamenti USA, gli scioperi padronali, in primis quello dei proprietari di camion - che, per inciso, è una conferma ulteriore della centralità dei trasporti -, il ribasso dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali non rendevano facile raggiungere l’obiettivo), quanto  la costruzione da parte della classe lavoratrice delle capacità, delle conoscenze, delle competenze, della forza per assumere il potere.

    Il Cile in quegli anni conobbe anche un fiorire delle arti come forse mai prima nella sua storia. Mi limito all’espressione musicale di quella fioritura: Victor Jara, gli Inti Illimani, i Quilapayun, Patricio Manns, i Karaxu, sono solo alcuni dei protagonisti di quella stagione, le cui note ancora hanno tanto da dire a tutti i rivoluzionari di qualsivoglia latitudine.


    Per concludere, un po’ di materiali, utili a chi voglia avere un quadro più completo ed approfondito della situazione.

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    Articolo di Gennaro Carotenuto - Smentisce alcuni dei miti che sono nati intorno al golpe, in primis quello del presunto omicidio di Allende. Dalle testimonianze dei presenti, di tutti i suoi stretti collaboratori, emerge invece la tesi del suicidio, che non rende meno atroce il golpe né meno degna la figura di Allende (che comunque combatté col  kalashnikov regalatogli da Fidel Castro in mano).

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    L’ultimo discorso di Salvador Allende [in castigliano] [in italiano]

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    "Memoriale degli anni felici" Luis Sepulveda, Il potere dei sogni
    I mille giorni del Governo Popolare furono duri, intensi, sofferti felici. Dormivamo poco. Vivevamo ovunque e in nessun posto. Avevamo problemi seri e cercavamo soluzioni. Quei mille giorni possono essere accompagnati da qualunque aggettivo, ma se esiste una grande varietà è che furono giorni felici, e quella felicità sarà per sempre nostra, resta e resterà immutabile.
    Ci fu chi, da un comodo e vigliacco scetticismo, si godette un tempo morto che chiamò gioventù. Noi si che abbiamo avuto una gioventù, e fu vitale, ribelle, anticonformista, incandescente, perché si forgiò nel lavoro volontario, nelle fredde notti di azioni e propaganda. Non ci furono baci d'amore più focosi di quelli dati nel fragore delle brigate muraliste.
    Certo commettevamo errori. Eravamo autodidatti nel grande compito di trasformare la società cilena. Prendemmo molte cantonate ma non allungammo mai le mani sui beni del popolo; noi consentimmo per la prima volta ai paria della terra di guardare negli occhi il padrone e dire: "Hai sfruttato me i miei genitori e i mie nonni, ma i miei figli e i figli dei miei figli non li sfrutterai". E queste parole sono parte della nostra eredità felice, della nostra memoria.
    Ci sono ancora miserabili che interpretano il suicidio di Allende come una sconfitta. Non capiscono le ragioni di un uomo leale che nel fragore del combattimento, comprese come quell'ultimo sacrificio avrebbe evitato al suo popolo la massima umiliazione: vedere il suo leader incatenato alla mercé dei tiranni.
    Non siamo vittime né del destino né dell'ira di un dio impazzito. La storia ufficiale, la menzogna come ragione di stato ci presentano come responsabili di un crimine. Se il nostro tentativo di rendere il Cile un paese giusto, felice e degno ci rende colpevoli, allora accettiamo la colpa con orgoglio.
    Il carcere, la tortura, i desaparecidos, il furto, l'esilio, il fatto di non avere un paese a cui tornare, il dolore, se tutto questo era il prezzo da pagare per i nostri sforzi di giustizia, allora si sappia che li abbiamo pagati con l'orgoglio di chi non ha mai rinunciato alla propria dignità, di chi ha resistito agli interrogatori, di chi è morto in esilio, di chi è tornato a lottare contro la dittatura, di chi ancora sogna e organizza.
    Insieme a Salvador Allende fummo protagonisti dei mille giorni più pieni, belli e intensi della storia cilena_


    Film e documentari

    1) Calle Santa Fe (trailer in castigliano): documentario diretto da Carmen Castillo, militante del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR) e compagna di vita del suo segretario, Miguel Enriquez. Il film muove dall’omicidio di Miguel per mano della dittatura di Pinochet, il 5 ottobre 1974. In calle Santa Fe, ci fu la sparatoria da cui solo Carmen uscì viva. A 30 anni di distanza ritorna su quei luoghi, inseguendo la memoria e confrontandosi con decine di dirigenti e militanti del MIR, sul lavoro dell’organizzazione a quei tempi e sugli sviluppi più recenti. Interessante, oltre che commovente, perché offre uno spaccato della vita dei militanti, molti di base, di una delle organizzazioni della sinistra cilena più attive.

    2) Nostalgia de la luz (qui film completo in lingua originale, con possibilità di sottotitoli in inglese e francese): diretto da Patricio Guzmàn traccia un affascinante parallelo tra gli astronomi dell’ALMA che scandagliano i cieli alla ricerca di qualche informazione sul nostro passato più remoto e le madri, le sorelle, le compagne dei desaparecidos cileni, barbaramente massacrati e fatti scomparire dalla dittatura di Pinochet, che scandagliano il deserto di Atacama alla ricerca dei resti dei loro cari. Ne consigliamo la visione, soprattutto ora che corrono i 40 anni dall’anniversario del golpe con cui militari e CIA deposero il governo del presidente Allende e della UnidadPopular.

    3) Salvador Allende di Patricio Guzmàn, probabilmente uno dei migliori ritratti della figura di Allende e di quello che significò l’esperienza del governo di Unidad Popular.

    4) L'11 settembre 1973 Victor Jara (1932-1973 cantante e uomo di teatro, autore di canzoni che parlavano soprattutto della vita della gente umile, dell’amore ma anche dell’impegno civile e politico), fu arrestato dai militari fascisti di Pinochet e imprigionato nel famigerato Estadio Nacional de Chile (detto "Estadio Chile"). Vi rimase per sedici giorni, durante i quali, con mezzi di fortuna, continuò a comporre canzoni e poesie. Quella che segue, probabilmente è la sua ultima (gli fu trovata in tasca). Quattro giorni dopo, gli furono prima spezzate le mani in mezzo alle grida di scherno di quei militari di merda ("Su, cantaci una canzoncina ora!"), poi gli furono tagliate. Fu poi ucciso. Lo stadio di Santiago ora si chiama Estadio Víctor Jara.

    5) Dawson, Isla 10 (qui il trailer in italiano; qui invece tutto il film in castigliano). Tratto da un libro, racconta la vicenda dei prigionieri politici (per lo più ministri e persone che avevano rivestito importanti cariche durante il governo di UP), rinchiusi nel campo di concentramento della Isola Dawson.

    6) Il sesto episodio del film 11 settembre, affidato alla regia di Ken Loach.


    “Per me Allende rappresenta la storia dei lavoratori in Cile. Perché io desidero sapere cosa significa essere lavoratore; perché si lotta e in che modo far valere le rivendicazioni, formare i sindacati e rafforzare i partiti della classe operaia. Sì, la classe operaia. Questo è importante.”
    Carlos Pino, ferroviere

    Ultimo aggiornamento ( Giovedì 11 Settembre 2014 18:24 )  

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