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    Home Lotte e movimenti antimperialismo Nakba: tra il ricordo e la lotta. Intervista ad un membro del FPLP del campo di Aida

    Nakba: tra il ricordo e la lotta. Intervista ad un membro del FPLP del campo di Aida

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    Il 20 giugno scorso nell’aula occupata Vittorio Arrigoni a palazzo Corigliano (università Orientale di Napoli) abbiamo presentato il libro “Nakba. La memoria letteraria della catastrofe palestinese". Durante l’iniziativa, molto interessante, abbiamo fatto un collegamento con un compagno, del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che si trova nel campo di Aida. Considerando stimolanti gli argomenti trattati abbiamo pensato di recuperare la corrispondenza e di metterla a disposizione di tutti.

    Anche durante questa chiacchierata il tema principale è stato quello della Nakba, episodio per la cui memoria e riconoscimento è importantissimo battersi ai fini di una risoluzione equa e realmente giusta del “conflitto Israelo-palestinese”.

    Per consultare il libro potete passare dal lunedì al venerdì nell’Aula Occupata Vittorio Arrigoni o scriveteci (email: coll.autorg.universitario@gmail.com/Facebook: Giulia Valle).

    Qui
    potete trovare qualche foto dell’iniziativa

    ***

    Perchè è ancora importante e centrale parlare della Nakba e di conseguenza del diritto al ritorno per sconfiggere il sionismo e la sua pretesa "maggioranza demografica"?
    Bisogna continuare a parlare della Nakba perché, purtroppo, non e’ ancora finita. Noi non siamo tornati alle nostre case e alla nostra terra.
    Abbiamo subito e siamo costretti a subire una brutale occupazione militare. Ogni giorno civili palestinesi vengono uccisi. Bisogna trasmettere cosa la Nakba significa e ha significato, di generazione in generazione, perché la nostra memoria non venga cancellata. Israele vuole eliminarci tutti e sterminarci perché crede che noi dimenticheremo. Ma non possiamo dimenticare. La politica israeliana vuole cancellare la Palestina. Non potranno. La Palestina esiste perché la Palestina resiste ed e’ per questo che continueremo ad affrontare la nostra Nakba, ogni giorno della nostra vita.
    Al campo profughi di Aida, abbiamo scritto sui muri I nomi di tutti i villaggi occupati e distrutti dagli israeliani e quando questo e’ avvenuto perché tutti, anche i bambini devono ricordare la geografia della Palestina. Gli israeliani vogliono fare lo stesso degli spagnoli nei Paesi Baschi, cioè cambiare e cancellare la geografia e la demografia.


    Qual è la situazione nei campi profughi, che ruolo svolgono l'UNRWA e le numerosissime ONG per "normalizzare" la condizione dei rifugiati attraverso l'assistenzialismo totale? Com'è la situazione invece nei paesi arabi limitrofi (Siria, Libano, Giordania..)? Si riesce a mantenere una forte attività politica?
    Senza i campi profughi, in Palestina, non c’e’ politica. Questa e’ una cosa fondamentale perché ogni azione e/o manifestazione politica, nel corso degli ultimi anni, e’ partita e parte dall’interno dei campi. Noi, che viviamo nei campi, abbiamo sempre davanti la condizione a cui l’occupazione ci ha costretto, non quelli che vivono altrove, dove purtroppo la normalizzazione dell’occupazione e’ quasi un dato di fatto.
    Per quanto riguarda l’UNRWA e le ONG, e’ in corso un tentativo da parte loro di voler cambiare la mentalità dei palestinesi. Nel senso che attraverso i progetti e i programmi che vengono portati avanti, rendono la popolazione palestinese dipendente oltre che passiva. Qui, in Palestina, non si tratta di costruire scuole, ospedali e distribuire cibo. A noi non serve l’assistenza, perché qui il problema e’ politico non umanitario. Nessun progetto affronta la questione politica e nessuna organizzazione prende posizioni serie contro l’occupazione. Nessuna di queste denuncia apertamente l’occupazione. Ma tra le altre cose c’e’ da dire che alla fine le organizzazioni non fanno attivismo, ma cooperazione. E fare cooperazione vuol dire dipendere dai finanziamenti. Il non prendere posizioni politiche e’ conseguenza della dipendenza dai finanziamenti. Ad esempio, molte organizzazioni sostengono che I palestinesi che si ribellano a Israele e all’occupazione, sono terroristi. Ma lo fanno senza volersi render conto e lo fanno solo per ottenere I finanziamenti dai paesi occidentali. Perché Israele e’ anche l’Occidente.
    Nel campo di Aida non ci sono ONG. Di noi non si interessa a nessuno perché anche questo fa parte della normalizzazione dell’occupazione. Vorrebbero, Israele in testa, rendere legale lo status di profugo che e’ illegale e ingiusto.
    L’UNRWA non fa nulla tranne che gestire una scuola al campo e la pulizia delle strade. Di tanto in tanto distribuiscono il cibo ad alcune famiglie, ma non a tutte le famiglie del campo. Chi vive nei campi profughi all’interno della Palestina sta meglio perché sente il senso di vicinanza con la propria terra, mentre quelli che sono fuori, nei paesi intorno, sentono il peso dell’emarginazione. Inoltre, all’interno dei campi palestinesi, e’ possibile avere accesso alla terra e acquistare se possibile la terra per costruire le nostre case. Chi sta in Giordania ancora può farlo mentre chi sta in Libano o in Siria e’ impossibilitato e anche entrare in quei campi e’ difficilissimo. Inoltre i palestinesi fuori della Palestina non riescono a trovare lavoro.
    Per quanto riguarda le attività politiche, invece, parlando come esponente del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, dico che si, noi facciamo attività politica nei campi fuori della Palestina e riusciamo a mantenere i collegamenti.

    Come si arriva ad una certa formazione politica attraverso l'utilizzo della memoria storica delle lotte, dei protagonisti e delle vicende palestinesi? Il carcere svolge ancora questo ruolo di formazione? E le scuole riescono a formare i giovani palestinesi in tal senso? Altrimenti come intercettate e diffondete le vostre prospettive politiche nella società palestinese? (es. attraverso l'attività sindacale nei posti di lavoro, attivisti all'università, comitati nei villaggi e nei campi profughi.. come si articola questa possibile rete?)
    In Palestina, la politica non si studia all’università’, ma la si impara facendola tutti i giorni per strada con i compagni. Il Fronte Popolare fa attività politica dappertutto, nei campi, nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche. Attraverso i gruppi portiamo avanti la nostra lotta. Organizziamo campi estivi per I bambini. I bimbi sono divisi in gruppi. Ogni gruppo porta il nome di un villaggio o di una città palestinese occupata. Ai bambini viene spiegata la storia di quel villaggio o di quella città affinché nessuno dimentichi. Nelle università ci si organizza in gruppi di attività e si organizzano azioni da fare nell’ambito universitario e lo stesso avviene nelle fabbriche attraverso gruppi affiliati a sindacati che sono legati al Fronte. Ma le carceri svolgono una grandissima importanza. I detenuti politici precedentemente arrestati fanno da tramite e insegnano, spiegano, si confrontano con i giovani che vengono arrestati e portati in carcere. Senza i detenuti politici sarebbe molto difficile pianificare attività politiche.
    Non e’ la scuola che ci insegna come fare questo. La scuola ci insegna la storia della Palestina, ma la politica la facciamo da noi attraverso I gruppi i quali costituiscono il tramite per fare rete all’interno della società civile palestinese.
    Leggendo Khanafani, per esempio, impari molto dell’attività politica, perché si impara a ricordare la storia palestinese e le sue vicende. Lo stesso leggendo Abbash. La nostra memoria storica e la nostra coscienza politica viene dalla letteratura ma la mettiamo in pratica nelle strade ogni giorno, non ci fermiamo ai libri.

    Come possiamo noi oggi, dall'Europa supportare la vostra lotta in chiave realmente internazionalista e non semplicemente umanitaria? Quali sono le campagne principali i nodi fondamentali da attaccare?
    E’ fondamentale diffondere consapevolezza circa il BDS e continuare in questa strada. Inoltre bisogna raccontare cosa succede in Palestina tutti I giorni perché la gente deve sapere e deve capire che cosa vuol dire vivere in Palestina sotto occupazione militare.

    In ultimo: qual è il poeta o scrittore e relativa poesia o opera palestinese che ti ha lasciato di più, che è legato alla sua storia personale, che parla di resistenza e contrasto all'oppressione? Quanto una certa "cultura" (di resistenza, di sinistra, rivoluzionaria) aiuta a formare un'identità capace di non fermarsi mai di fronte al nemico, di non degenerare nella vendetta cieca, di mantenere fermi i propri ideali, strategie, prospettive senza cadere nella corruzione, nella scalata sociale, nell'odio fine a se stesso?
    Darwish e Khanafani hanno dato un contributo fondamentale in questo senso perché attraverso i loro scritti si entra dentro l’anima della Palestina. Per loro la resistenza è fatta di azioni reali, concrete, di tutti I giorni, non sono solo parole e per questo Khanafani e Naje sono stati ammazzati dagli israeliani. Ci hanno raccontato la Palestina e la sua resistenza attraverso la vita di persone comuni e sono entrati nella loro vita e noi anche.

     

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