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    Home Lotte e movimenti antisessismo Femminismo imperialista, Islamofobia e la Rivoluzione egiziana

    Femminismo imperialista, Islamofobia e la Rivoluzione egiziana

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    In vista dell’iniziativa “Il protagonismo femminile nelle rivolte egiziane tra violenza sessuale e organizzazione della protesta” abbiamo tradotto tre articoli (1, 2, 3) di informazione e approfondimento, per permettere a tutti di farsi un’idea più precisa dell’attuale situazione in Egitto.

    In particolare abbiamo deciso di focalizzarci sul ruolo delle donne nel processo rivoluzionario egiziano -dalle lotte in fabbrica fino alle manifestazioni di piazza Tahrir-;  sulla loro impostazione riguardo le questioni di genere; sul “ricorrente episodio” degli stupri durante i cortei a danno delle donne politicamente più attive. La riflessione che sorge spontanea dopo la lettura di questi ed altri articoli, la visione di video, servizi e interviste, riguarda sicuramente l’alto livello di coscienza che caratterizza queste donne e che le ha portate a resistere e a rispondere nel modo più maturo e più utile possibile. Affrontare il problema della violenza sessuale, della discriminazione ed inferiorizzazione di ogni tipo come un problema collettivo e soprattutto non ascrivibile solo a sfere culturali è un avanzamento non solo per le donne, ma per tutti quelli che da oppressi lottano per cambiare lo stato di cose presente.

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    Femminismo imperialista, Islamofobia e la Rivoluzione egiziana

    di Nadine Naber - Febbraio 2011*
    tratto da Jadaliyya.com
    traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario - Napoli

    "... Sto facendo questo video per darvi un semplice messaggio: Vogliamo scendere in piazza Tahrir il 25 gennaio. Se abbiamo ancora l'onore e vogliamo vivere con dignità su questa terra, femminismo imperiale, islamofobia, rivoluzione egizianadobbiamo scendere in piazza il 25 gennaio. Scenderemo in piazza e rivendicheremo i nostri diritti, i nostri diritti umani fondamentali... L'intero governo è corrotto, il presidente é corrotto e le forze dell'ordine sono corrotte... Se rimarrete a casa meriterete quello che vi accadrà... e sarete colpevoli davanti alla vostra nazione e il vostro popolo... Scendete in strada, inviate SMS, pubblicate post sul web. Fate che la gente sappia… la vostra cerchia sociale, la gente del vostro palazzo, la vostra famiglia, i vostri amici, dite loro di seguirci.
    Portate 5 o 10 persone, se ognuno di noi riuscisse a portare 5 o 10 persone a piazza Tahrir a parlare con la gente ed informarla, questo sarebbe abbastanza! Farebbe la differenza, una grande differenza..non bisogna mai dire che non c'è speranza... finché scenderete in piazza con noi ci sarà speranza... non credo si possa essere più al sicuro, nessuno di noi lo é! Scendete in piazza con noi e rivendicate i vostri diritti, i nostri diritti, i diritti della vostra famiglia. Io scenderò in piazza  il 25 gennaio e dirò 'no' alla corruzione, 'no' a questo regime. "


    Queste sono le parole di Asmaa Mahfouz, una donna di 26 anni il cui Vlog del 18 gennaio si dice abbia contribuito a mobilitare il milione di persone insorte al Cairo e le migliaia in altre città il 25 gennaio. Il Vlog di Asmaa, come le storie di molte donne egiziane di questa rivoluzione, pone una sfida a due domande chiave che inquadrano il discorso americano sulla rivoluzione egiziana del 25 gennaio:
    1) Dove sono le donne?
    2) e ... "cosa succede se gli estremisti islamici si sollevano?"


    Spesso un elemento ignorato nei dibattiti USA sull'Egitto è come le proteste guidate da sindacati -molti sono dei quali formati da donne nelle città industriali d'Egitto- abbiano catalizzato la rivoluzione egiziana (Paul Amar, 02-05-11). Le donne che adesso tengono piazza Tahrir sono di tutte le età e gruppi sociali, e la loro lotta non può essere spiegata attraverso metafore orientaliste che riducono le donne arabe a vittime passive di cultura, religione o Islam. Si tratta di soggetti attivi in una lotta popolare contro la povertà e la corruzione dello stato, le elezioni truccate, la repressione, la tortura e la brutalità della polizia. Esse guidano i cortei, assistono i feriti, partecipano ai controlli di identità dei teppisti supportati dallo Stato. Hanno contribuito a creare scudi umani per proteggere l'Egyptian Antiquities Museum, la sede dell'Arab League, ed altro. Hanno aiutato ad organizzare gruppi di vigilanza di quartiere e comitati a livello nazionale, al fine di proteggere la proprietà pubblica e privata.
    Stanno combattendo contro la dittatura tra milioni di persone, non guidate da alcuna setta o partito politico, unite sotto un unico slogan: vogliamo la fine di questo regime.
    Master Mimz -  una militant-rapper nel Regno Unito rappresenta al meglio questo punto nel testo della sua canzone Back Down Mubarak, dove afferma:

    "Prima dammi un lavoro, poi parliamo del mio hijab"

    Per chiunque si domandi dell'oppressione delle donne arabe, le donne di questa rivoluzione hanno sofferto; la professoressa Noha Radwan è stata aggredita e picchiata a morte da balordi di Mubarak che le hanno strappato la camicia e procurato punti di sutura sulla testa. Diverse donne e uomini sono ora martiri (oltre 300 al momento).
    Amira, uccisa da un agente di polizia, Liza Mohamed Hasan, investita da una macchina della polizia, Sally Zahran, colpita alla testa con una mazza da un delinquente di Mubarak, una volta tornata a casa a dormire non si é mai più svegliata. Da quando le manifestazioni hanno spinto la polizia fuori dal centro del Cairo, diverse donne hanno fatto dichiarazioni come questa: "E 'la prima volta che non vengo molestata al Cairo" - La polizia egiziana é nota per molestie sessuali e violenza di genere.

    Alcune donne egiziane sono anche in prima linea nella battaglia ideologica, lottando contro la TV egiziana di Stato ed esponendo le contraddizioni degli Stati Uniti tra i loro discorsi sulla democrazia e ciò che poi mettono in pratica. Dato che il regime di Mubarak paga criminali per assaltare manifestanti pacifici, pugnalarli ed ucciderli, molte donne hanno espresso la propria  indignazione verso Obama e l'ammonimento di Clinton che afferma: "Entrambe le parti devono astenersi dalla violenza"

    Aida Seif Al Dawla è una delle principali attiviste dei diritti umani presso il Centro Nadeem per la riabilitazione psicologica delle vittime di violenze e torture. Per estensione, il suo lavoro, come il lavoro di molte femministe egiziane e attiviste dei diritti umani che lottano contro la violenza di Stato, comporta confrontare le relazioni degli Stati Uniti con il regime di Mubarak.
    Oggi, il popolo della rivoluzione é indignato per la non corrisposta lealtà degli Stati Uniti a Mubarak, nonché come per il supporto di Obama al vice presidente Omar Suleiman e la mancanza di discussione sul ruolo di Suleiman nella tortura egiziana e nel programma di tortura statunitense. I leader americani hanno definito Suleiman un uomo distinto e rispettato. Usano queste parole per descrivere il coordinatore dello straordinario programma esecutivo della CIA, una procedura extragiudiziale in cui sospetti terroristi vengono trasferiti illegalmente in paesi come l'Egitto, noti per usare la tortura durante gli interrogatori. Si consideri, ad esempio, il caso di un uomo pakistano, Habib, che la CIA fece arrivare in Egitto. Habib è stato ripetutamente torturato con corrente ad alta tensione, immerso in acqua fino alle narici, picchiato, appeso a ganci metallici e gli sono state spezzate le dita. Una volta che gli uomini di Suleiman avevano estratto la confessione di Habib, egli veniva trasferito di nuovo in custodia negli Stati Uniti, dove la sua testimonianza divenne la base della sua eventuale prigionia a Guantanamo. La politica statunitense aiuta a sostenere le strutture di tortura e di violenza in Egitto. Come sostiene l'egiziano Mona Tehawy, esperto di media americani: "la 'stabilità' degli Stati Uniti va a scapito della libertà e della dignità delle persone del mio o di qualsiasi altro paese".

    Naturalmente un Egitto democratico andrebbe anche a vantaggio delle donne. Il governo ha recentemente approvato una legge che limita il lavoro delle organizzazioni della società civile, molte delle quali guidate da donne. Il regime attuale è responsabile di diffuse violazioni dei diritti umani, comprese dure forme di molestie e violenza contro le donne, che molte organizzazioni come Nazra for Feminist Studies, l'Egyptian Center for Women’s Rights, e l'Egyptian Association for Community Participation Enhancement hanno ben documentato.

    Quindi, piuttosto che chiedere "dove sono le donne," ci si può chiedere:
    Perché gran parte del discorso pubblico americano inquadra la rivoluzione attraverso logiche di islamofobia e perché i grandi media si concentrano soprattutto su immagini di uomini egiziani?


    L'islamofobia infiamma i popolari discorsi degli Stati Uniti sull'Egitto e pone la domanda: e se i fondamentalisti islamici salissero al potere? Ed é proprio questo stesso discorso che legittima la complicità del governo USA nei violenti tentativi di Mubarak di sedare la rivoluzione. Questo spiega perché le mie pubbliche espressioni di speranza per il successo della rivoluzione e per la democratizzazione in Egitto sono spesso state affiancate da un senso di grave preoccupazione: "che accadrebbe se i fondamentalisti islamici prendessero il controllo?"
    Queste domande devono essere intese in termini di psiche imperiale, uno stato di coscienza guidato dal panico per il fondamentalismo islamico che funziona come un'operazione di blocco, o una logica di sostegno contro la rivoluzione egiziana. Queste domande devono trovarsi nella traiettoria storica del post-guerra fredda, in cui particolari filoni di femminismo liberale e imperialismo statunitense hanno lavorato in tandem. Entrambi basati su una logica umanitaria che giustifica l'intervento militare, l'occupazione, e lo spargimento di sangue come strategie per promuovere "la democrazia ei diritti delle donne." Questa logica umanitaria sconfessa la violenza di stato USA contro le persone di religione araba e musulmana che lo rendono accettabile e persino liberatorio, in particolare per le donne. Similmente, il panico islamofobo sul futuro dell'Egitto decentra la repressione USA presente e passata sostenuta dal regime di Mubarak.
    Questo nega condizioni storiche come le realtà demografiche in Egitto, il complesso, multidimensionale ruolo dei Fratelli Musulmani nella rivoluzione, e la predominanza di visioni laiche per il futuro dell'Egitto. L'Islamofobia legittima così una complicità con la dittatura e con l'impero USA, producendo per il popolo egiziano il messaggio: "é meglio che continui a vivere sotto la tirannia."
    La questione di genere infiamma l'islamofobia, che richiede alla "donna araba" di non essere niente di più che un essere abbietto, un'invisibile sorella, moglie, o madre dei "veri rivoluzionari." L'Islamofobia si autolegittima attraverso la scomparsa di donne egiziane come soggetti attivi nella rivoluzione.

    Non ho intenzione di essere eccessivamente celebrativa. Abbiamo imparato dalla storia che, dopo la rivoluzione, le donne sono spesso respinte ai margini, lontano dal centro della scena.

    Potremmo anche chiederci, poi, se l'Egitto entrasse in un periodo di democratizzazione, la voce delle donne di piazza Tahrir resterebbe ancora al centro della scena? E quali sono le possibilità di una democratizzazione dei diritti in Egitto - tutti i diritti civili - , in cui la partecipazione delle donne, i diritti delle donne, il diritto di famiglia, ed il diritto di organizzare, di protestare, la libertà di espressione restano al centro? E quali sono le possibilità di solidarietà internazionale con le donne egiziane e la gente egiziana nel mezzo di una guerra di idee che spesso ostacola la possibilità di vedere le donne arabe e musulmane sia come esseri umani che  come agenti legittimi dei propri discorsi personali, governi e destini?
    È diventato sempre più chiaro che questa rivoluzione è molto più grande di un conflitto tra lo Stato egiziano ed agenti non statali. I diritti delle donne egiziane, come i diritti di tutti gli egiziani sono impigliati nel globale, imperiale rapporto tra Stati Uniti, Israele, Egitto, Giordania, Kuwait, e altri regimi repressivi della regione e non solo. Solo quando saremo in grado di prendere seriamente queste forze locali e imperiali cominceremo a capire che l'oppressione di milioni di persone del popolo egiziano é destinata a finire.
    Il popolo di Tahrir e tutti i manifestanti d'Egitto hanno parlato e detto, "noi non tradiremo il sangue dei nostri martiri, non ci arrenderemo fino a quando Mubarak non si dimetterà."
    Resta da vedere come si presenterà il periodo di transizione, ma una cosa è chiara: deve essere il popolo d'Egitto a condurlo. E dato che il movimento egiziano per la libertà e la democrazia continua, quale sarà il comportamento dei movimenti sociali degli Stati Uniti, sia femministi, contro la guerra, o altri? Dimenticheranno il passato imperiale e il sangue dei martiri egiziani o si impegneranno a ritenere gli Stati Uniti ed Israele responsabili per complicità con la dittatura per più di trent'anni di repressione in Egitto?


    * Ho preparato questo discorso per un evento pubblico presso l'Università del Michigan, Ann Arbor. 7 febbraio 2011.

    Ultimo aggiornamento ( Lunedì 22 Settembre 2014 23:58 )  

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