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    Brevi considerazioni sulla situazione in Egitto

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    Gli eventi che in questi ultimi giorni in Egitto si susseguono con grande velocità, rendono particolarmente difficile comprendere cosa effettivamente stia accadendo nella vita politica e sociale del paese. Cerchiamo, pertanto, di andare con ordine e di fare un po’ di chiarezza su tali eventi.

    Il 14 giugno scorso, a soli due giorni di distanza dal secondo turno delle elezioni presidenziali, la Corte costituzionale egiziana ha dichiarato l’irregolarità delle elezioni legislative del gennaio scorso, che avevano visto trionfare il partito Libertà e Giustizia fondato dai Fratelli Musulmani. Qualche ora dopo tale pronuncia, il Consiglio Supremo delle Forze armate (SCAF), che governa il paese dall’11 gennaio 2011, ha (ri)assunto il potere legislativo nelle proprie mani, dopo aver dichiarato sciolto il parlamento.

    Nello stesso giorno, la Corte costituzionale ha dichiarato anche la legittimità della candidatura di Ahmed Shafiq alle elezioni presidenziali. Shafiq è il degno rappresentante dei militari e della vecchia nomenclatura (è stato, infatti, l'ultimo primo ministro dell’era Mubarak nonché colui che inviò in piazza i mercenari con i cammelli per ammazzare i manifestanti). La sua candidatura era contrastata da molte forze politiche che ne avevano sollevato l’illegittimità dinanzi alla Corte costituzionale, in quanto ritenuta in contrasto con una recente legge del parlamento, che vieta la possibilità di candidarsi agli esponenti del “vecchio regime”. La Corte si è espressa dichiarando illegittima la legge che impone tale divieto.

    Il 16 e 17 giugno si è svolto il secondo turno delle elezioni presidenziali, che ha visto confrontarsi Ahmed Shafiq e Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani. Alle urne si sono recati 24.489.795 egiziani, circa 2.5 milioni in più rispetto a due settimane fa, in cui avevano votato 21.944.173 persone. I risultati finali li avremo soltanto giovedì, ma, stando ai dati parziali ed agli articoli di molti giornali egiziani, dovrebbe aver vinto Mohamed Morsi, il candidato dei Fratelli Musulmani. Non è ancora tempo per trarre le conclusioni su questa tornata elettorale in Egitto, ma alcuni dati possono comunque fornirci un quadro generale. Prima di tutto, occorre rilevare che il numero dei votanti è più alto rispetto al primo turno elettorale, chiaro segno, questo, dell’aumento della partecipazione politica, con le punte più alte nelle grandi città, dove si sono registrati i sommovimenti più forti durante gli ultimi 18 mesi (il Cairo, Port Said, Alexandria, Suez). In secondo luogo. bisogna notare che Shafiq, nella seconda tornata elettorale, è risultato vincitore al Cairo e a Port Said (oltre che a Luxor, Daqahliya, Sharqiya, Qalioubiya, Ghabiya, Menoufiya, Mar Rosso, Sud Sinai), città in cui al primo turno aveva vinto, con grande sorpresa di tutti, il nasserista Hamdeen Sabahi, colui che si era espresso più chiaramente contro l’intervento delle forze imperialiste (Usa, Israele e Arabia Saudita) nella vita dell’Egitto e il solo, assieme a Khaled Ali, che aveva parlato chiaramente di aumenti salariali per i lavoratori.
    Come interpretare questo dato? Bisogna pensare che i cittadini del Cairo e di Port Said, dove maggiori sono state le proteste e gli scioperi, preferiscano Shafiq, il rappresentante del “vecchio regime”, al posto di Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani? Difficile dirlo ora, senza conoscere i dati sull’astensionismo, che potrebbe aver giocato un ruolo decisivo in questo secondo turno delle elezioni presidenziali.

    Il 17 giugno, in serata, il Consiglio Supremo delle Forze armate (SCAF) ha pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale una Dichiarazione costituzionale complementare che limita fortemente i poteri del presidente della Repubblica ed amplia il ruolo ed il potere dei militari, in particolare, nella fase di riscrittura della futura costituzione del paese (perché va rammentato che attualmente l’Egitto è un paese senza costituzione). Con la modifica dell’art. 60 lo SCAF si auto-assegna il potere di nominare l’Assemblea costituente per scrivere la futura costituzione, qualora l’attuale Assemblea costituente non dovesse portare a termine il suo mandato, entro i prossimi tre mesi. L’attuale Assemblea costituente è stata eletta dal parlamento appena sciolto che, avendo una forte componente islamista, ha subìto più volte il boicottaggio dei lavori da parte delle altre forze politiche. Inoltre, nella Dichiarazione complementare si stabilisce che lo SCAF, il presidente, il primo ministro, il Consiglio giudiziario supremo, o un quinto dell'Assemblea costituente avranno il diritto di contestare tutte quelle norme della Costituzione che saranno considerate “in contrasto con gli obiettivi della rivoluzione o con i suoi princìpi ... oppure con i princìpi comuni della precedente costituzione dell'Egitto”. E’ evidente che, in questo modo, lo SCAF si riserva il diritto di modellare a suo piacimento la futura costituzione del paese.

    Questi i fatti accaduti in Egitto negli ultimi 5 giorni. Come interpretarli? Siamo ora in presenza di un colpo di stato militare, come molti giornali occidentali hanno scritto?
    Non proprio. Per parlare di un colpo di stato militare ora significa presumere che l’Egitto era già gestito da un governo civile dopo la caduta di Mubarak. Cosa, ovviamente, ridicola, per chi conosce anche superficialmente i fatti di questi ultimi mesi. Il colpo di stato, in realtà, è in vigore dal 11 febbraio 2011, da quando cioè le masse scese in piazza riuscirono a cacciare Mubarak, e questo fu sostituito dai generali dell’esercito, i quali, molto abilmente, finsero di giocare un ruolo da mediatori in piazza, rifiutandosi di sparare ai manifestanti. La giunta militare fin dall’inizio del “processo di transizione” ha cercato di controllare ed usare ogni mezzo, giuridico e politico, per influenzare tale “processo”, e non ha esitato ad usare i proiettili quando il soft power si è rivelato fallimentare.
    Le ultime mosse dei militari, pertanto, non si discostano dalla condotta fin qui avuta. Di sicuro, però, essi hanno compiuto un ulteriore passo verso l’accentramento e l’allargamento del loro potere, con il quale ora potranno modellare, secondo le loro esigenze, anche la futura costituzione. Ed è esattamente questa la maggiore preoccupazione dei generali: quella di dare forma ai nuovi assetti istituzionali in Egitto, al fine di continuare ad avere garantiti i loro privilegi e di continuare a controllare la vita politica e l’economia del paese (secondo stime autorevoli, l’esercito egiziano controlla direttamente dal 25% al 40% dell’economia del paese, grazie anche ai finanziamenti diretti provenienti dagli USA, che raggiungo la cifra di circa 1.3 miliardi di dollari all’anno). In altre parole, l’esercito sembra maggiormente intenzionato a fare tutto ciò che è necessario affinché la catena di commando resti invariata, esattamente così com’è stata negli ultimi 30 anni. Dunque, piuttosto che gestire direttamente il potere esecutivo e legislativo (che li espone fortemente alle pressioni sociali e politiche, esterne ed interne), i militari vorrebbero tornare nelle caserme e da lì continuare a manipolare ogni aspetto della vita politica, sociale ed economica. Prova ne è il fatto che, in queste ultime due settimane, l’esercito ha riempito le strade di camion militari che distribuivano volantini con cui incitavano la gente ad andare a votare il 16 e il 17 giugno. Tuttavia, bisogna comunque considerare che con le ultime mosse i militari hanno lanciato messaggi importanti a tutte le forze politiche del paese, dando prova del fatto che, in caso di necessità, non esiteranno ad assumere tutto il potere nelle loro mani e ad instaurare anche formalmente la dittatura in Egitto.

    Come si stanno comportando i Fratelli Musulmani (la forza politica maggiormente colpita dallo scioglimento del parlamento)? Dopo una fase di irritazione iniziale per lo scioglimento del parlamento, il loro leader supremo ha dichiarato di appoggiare i militari e di avere fiducia in loro, invitando la gente ad andare a votare il loro candidato (Mohamed Morsi) come presidente. Nonostante le apparenze, tuttavia, è chiaro che la strada dei Fratelli verso il potere in Egitto si complica di non poco. Sia ben chiaro, però, che si tratta di conflitti tra due blocchi di potere che rappresentano due fazioni della borghesia nazionale, che hanno anche molti interessi  - economici e politici – in comune. Motivo per cui è logico pensare che molto presto riusciranno a trovare un linguaggio comune e a costruire una “convivenza” nel nome degli interessi comuni.

    Che ne è delle forze rivoluzionarie in campo?
    Nonostante le forze controrivoluzionarie nazionali (i generali e la grande borghesia compradora egiziana) ed internazionali (USA, Israele, UE, Arabia Saudita) stiano sferrando un duro attacco, nel tentativo di recuperare ogni terreno perso in questi ultimi mesi, gli ultimi eventi possono essere interpretati più come un segno della loro debolezza che della loro forza. L’impossibilità di concludere senza atti eclatanti e contraccolpi la cosiddetta “fase di transizione”, che sarebbe dovuta servire a spegnere ed ostacolare ogni pretesa rivoluzionaria di tipo socialista e di trasformare l’intifada egiziana in qualche “rivoluzione colorata”, dimostra più la debolezza e la confusione delle forze controrivoluzionarie (che però, non bisogna dimenticare, sono organizzate e hanno tutti i mezzi a loro disposizione) che la loro forza.

    D’altra parte, i partiti e le forze rivoluzionarie in campo hanno fatto molto in questi 18 mesi di lotte incessanti ed eroiche, in cui centinaia hanno perso la vita combattendo in piazza, in fabbrica o nelle carceri militari. E poi, nessuna rivoluzione si è mai fatta in 18 giorni o in 18 mesi. La rivoluzione non è un percorso lineare di vittorie, specie quando si tratta di combattere contro le forze più potenti e cruenti dell’imperialismo. Il vero problema delle forze rivoluzionarie è l’assenza di un partito, di un’organizzazione a livello nazionale. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che nessuna delle attuali forze politiche rivoluzionarie in campo è abbastanza radicata sul territorio. Tale situazione si spiega facilmente col fatto che, fino allo scoppio dell’intifada del gennaio 2011, molte forze politiche rivoluzionarie e socialiste egiziane erano praticamente clandestine e non potevano operare con facilità nel paese. Tuttavia, nonostante le comprensibili difficoltà, l’urgenza di un’organizzazione unitaria di tipo nazionale in Egitto, in questa fase in cui le forze controrivoluzionarie sono all’attacco, è più che mai evidente.

    Cosa aspettarsi nei prossimi giorni? Se il buongiorno si vede dal mattino, possiamo dire che in Egitto sta per abbattersi una grande ondata di repressione. Anche se la legge di emergenza è stata revocata ufficialmente due settimane fa, il ministro della Giustizia (militare) ha concesso alla polizia militare e ai funzionari dell’intelligence il potere di arrestare i civili. Senza un parlamento o una costituzione in vigore, e con un presidente con poteri più che mai ridotti, la prossima fase sarà molto probabilmente segnata da arresti di massa, torture, violenze.

    Nonostante il momento difficile, la spinta delle sollevazioni popolari, ovvero dell’intifada araba non si fermerà. La forza d’urto principale di queste sollevazioni popolari, coinvolgenti più classi sociali, sono gli sfruttati e gli oppressi che, a cominciare dal proletariato dell’industria, si sono levati in piedi, per sé e per tutti noi, impegnati a prendere la propria sorte nelle proprie mani con il solo metodo possibile: la lotta di massa organizzata e cosciente per i propri interessi di classe. E’ la rivoluzione sociale che si prepara a bussare di nuovo alle porte dell’Europa e dell’Occidente. Teniamoci pronti.



    Consigliamo anche Il movimento dei lavoratori egiziani e la Rivoluzione del 25 gennaio, un articolo inedito di Anne Alexander.

    Ultimo aggiornamento ( Domenica 24 Giugno 2012 13:09 )  

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